Il Vangelo : Gesù dettò a Tommaso

Gesù insegna ai bambini
 

      Il Commento di Didimo Taumà

                                       tradotto dal papiro originale di Nag Hammadi

Una sera Gesù, guardando il tramonto dall’alto di una montagna, mi disse: “Tommaso, non ti lamentare, se tutto ti va di traverso. In fondo, queste prove che tu devi superare, le inventasti tu stesso. Quanti dal cielo, si affacciano per vedere se cadi nelle trappole che tu stesso ti sei preparato! Felice l’uomo che supera queste prove perché, al di là, egli trova la Vita ”.
Una sera vedemmo un samaritano che effettuava un lungo viaggio portandosi dietro un agnello. Eravamo ai confini della Giudea, proprio nel luogo della dogana. Gesù ci disse: “Sapete perché quel viaggiatore porta con sé un agnello? Tra l’altro non lo può cavalcare e ad ogni dogana deve pagare il dazio. Lo porta perché, quando sarà affamato, lo ucciderà e se lo mangerà “. Gesù sorrise e aggiunse: “certo non potrà mangiarlo quando è vivo. Prima lo ucciderà e poi lo mangerà. Anche voi potete essere come quell’agnello, che può essere mangiato soltanto quando è già cadavere. Vincete la paura per non diventare cadaveri. Finché sarete vivi, la morte non vi potrà toccare. Nessuno potrà mangiarvi. Se la morte vi trova vivi, non vi toccherà.

Gesù una sera ci disse: “Voi possedete una grande facoltà;
ma non la conoscete”.  
—E qual’è questa facoltà, maestro?
—E’ come la coda della lucertola. Vi potete sempre rigenerare da soli
—E con quale materiale potremo rigenerarci, quando verrà la fine?
—Con quello che è già in voi. Infatti, ciò che è in voi vi salverà, ma ciò che non è in voi vi farà perire”.

Una mattina ci trovavamo lungo il mare che segue il litorale fino a Tiro. Vi erano alcuni uomini. Con vanghe, badili e zappe stavano lavorando intorno ad un’antica tomba fenicia, per estrarne i tesori. Quando la grossa pietra fu rimossa, all’interno apparvero, accanto ad un’urna, molti oggetti preziosi: oro, gemme, vasi bellissimi ed anche recipienti che dovevano aver contenuto cibarie. Gesù ci disse: “Vedete, quel ricco Fenicio ha voluto portare con sé, dopo morto, le cose che lo arricchivano quando era vivente. Vi sembra dunque che il Regno del Padre su questa terra possa essere formato da uomini simili? Il Regno del Padre è simile invece ad un ricchissimo mercante che possedeva ogni genere di tesori, ma quel mercante era saggio.
Quando venne il momento di lasciare la terra rinunciò a tutti i suoi beni, gli ori, i vasi, le gemme preziose ed ebbe al loro posto un granellino tanto piccolo e misterioso da non potersi paragonare nemmeno a un seme di senape. Aveva però un grande vantaggio: non poteva diminuire più di così. Non poteva alterarsi. Non poteva essere corroso dai tarli o mangiato dai vermi. Non poteva essere fuso, né sbriciolato, né rotto. Io aggiunsi: “Maestro mio, era come il frutto di quei cinque alberi che fioriscono nel Paradiso?”
—Si, Tommaso. E’ il frutto dell’Eternità. Non può trasformarsi perché è senza forma, non può consumarsi perché è senza sostanza.

Dopo il tramonto, Gesù in cima alla montagna, mi venne accanto e mi disse: “La senti, TAUMA’, la Luce che si diffonde ovunque, e la dolce tenebra che l’accoglie? “La sento, Maestro mio. Il Sole è tramontato, ma la luce che esce da Te non tramonta”. “Si, DIDIMO, è la luce del Pensiero Vivente. La Luce che parla. Ascolta quello che dice”. Poi, come in un respiro, soggiunse: “Io sono il Tutto e il Tutto esce da Me e ritorna in Me, eternamente”.
 Stavamo andando verso Gerusalemme e, giunti alla piscina di Siloe, ci fermammo a sedere, a mezzogiorno, sui bordi della grande vasca coi piedi immersi nell’acqua. Gesù mi disse: “Quante cose si manifestano ai vostri occhi, sotto questa luce forte e nitida. Alberi, oggetti, esseri viventi, migliaia di immagini, miriadi di forme, una diversa dall’altra. Brillano per un istante, si muovono, mutano, spariscono, trasformandosi. Cosa c’è dietro quelle forme? Nascosto in esse è il Pensiero Vivente, che un giorno si rivelerà completamente all’uomo. Allora, al di là delle apparenze, l’uomo saprà vedere la vera funzione delle cose. Sì, Didimo, verrà il giorno in cui potrete vedere a chi rassomigliate e allora vi rallegrerete. Ma questo è niente. Quando saprete scoprire i vostri Archetipi, i ventidue Segni Viventi che non muoiono e non nascono, non si deteriorano e non spariscono, né si manifestano, ma semplicemente ed eternamente sono, i segni che un giorno erano in voi e che in voi ritorneranno, allora sì che resterete abbagliati e stupefatti”.
—Maestro mio, cosa sono queste funzioni?
—Ti dirò cosa non sono: non sono forma, non sono materia.
—Ma come possono funzionare?
—Semplicemente perché il pensiero funziona.
—Può forse pungere uno spino che non ha né forma né materia?
—Io direi di sì, mio caro Taumà.
Gesù rideva, dicendomi queste parole. Poi aggiunse:
—Lo spino della rosa non è forse Pensiero che ha preso forma e sostanza?

Gesù un giorno, prendendo in mano un calice e sollevandolo verso il cielo ci disse: “Guardate bene questo oggetto e ditemi: “Vi sembra concavo o convesso? Non avete dubbi in proposito; ma non capite che è contemporaneamente concavo e convesso?
Non capite che colui che ha creato la parte visibile delle cose, ne ha creato anche la parte invisibile? Non curate troppo la parte visibile del vostro recipiente, trascurando quella interna! Il Padre vi ha creato fuori e dentro. Una sera Gesù era molto triste e i suoi occhi erano perduti in un lontano futuro. Disse: “Mi faranno apparire amante del dolore e della sofferenza. Sento dire dovunque che il mondo è una valle di lacrime e che l’uomo è nato per soffrire. Nulla di più falso. Solo per la sua stupidità e per la sua visione limitata l’uomo si circonda di sofferenza. Il mio giogo è leggero come una ghirlanda di fiori e la mia autorità è dolce. Se seguirete la strada che vi indico, troverete una felicità che è come un albero sempre verde.
La più cara discepola di Gesù, Salomè, gli disse:
—Sazzolòs, mio piccolo Maestro, facciamo anche oggi il gioco degli indovinelli? Non mi hai ancora fatto una delle tue domande.
—Ti accontento subito; Salomè:
“Due amanti si abbracciano sul loro letto: chi dei due vivrà, chi invece morrà?
—Ho capito. Tu sei quello che resta, perché esci da Colui che è Eterno. Ma devo proprio essere io quella che muore? Non sono forse la tua discepola?
—Ascolta, Salomè. Se in te non vi saranno divisioni, sarai piena di Vita e non offrirai materiale alla morte.
—Allora, sul nostro letto, uno vivrà e l’altra vivrà…
—Sei in errore, Salomè. Se in te non vi è divisione non sarai separata da Me. Tu sarai Me.
—E allora, Maestro, sul letto resteranno i nostri corpi vuoti…
—Sei in errore. Non vi saranno corpi, perché ogni granellino della nostra carne sarà trasformato in Spirito.
—Per me è presto, Maestro mio, solo tu sei capace di tanto.
Quindi io sono quella che muore. Ma ti raggiungerò, Sazzolòs, e sarò unita a te.. e torneremo ad abbracciarci, noi due.
—Sei ancora in errore, Salomè. Dovrai dire: noi “uno”.
Salomè  sorrise e , accarezzando i capelli di Gesù ,  rispose ,  facendolo sorridere a sua volta:
  “Si, Salomè!”

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Maestro, chiesi un giorno a Gesù, come è possibile che le ricchezze del Regno si siano perdute senza che l’Umanità se ne sia accorta? Qual’è la vera causa di così grande perdita?”
     Passava un uomo dallo sguardo irato. Inseguiva un suo bambino assai piccolo che forse aveva compiuto qualche marachella. L’uomo gridava: “Bastardo, figlio di un cane, se ti raggiungo, ti squarto e getto ai lupi le tue budella!” I suoi occhi brillavano dalla soddisfazione di aver avuto il coraggio di dire tanto, senza che la sua voce tremasse nemmeno un poco. Non sapeva quel padre che nella frase, che giudicava uno scherzo, sarebbe stata fatale”.
Gesù allora aggiunse: “Vedi, Didimo, come si è perduto il Regno? A furia di scherzi, di frasi inutili, di pensieri stolti, che sembravano solo innocenti passatempi”. Io capii e aggiunsi: “Non avevo mai pensato che fosse tanto pericoloso scherzare”.
I discepoli non si rendevano conto del fatto che fra tutta la folla Gesù, proprio la sua mamma e i suoi fratelli se ne stessero in disparte. “Perché li fai stare così, non vuoi loro bene?” chiesero. Gesù rispose: “Io voglio bene a tutti coloro che, stando quieti e in disparte e senza troppe parole, fanno la volontà del padre mio. Anche loro sono i miei fratelli e la mia madre, anche loro entreranno nel Regno”.
Una volta, Gesù si lasciò sfuggire l’altissima verità. Pochi di noi la accolsero, solamente coloro che avevano orecchie per intendere. Erano arrivati gli esattori dell’imperatore romano ed esigevano anche dai seguaci di Gesù l’obolo del tributo che consiste in una moneta. Qualcuno non aveva denaro. Chiedemmo a Gesù: “Cosa dobbiamo fare?” Rispose: “Date a Cesare quello che è di cesare, ma date a Dio ciò che appartiene a Dio. Poi aggiunse a bassa voce: “Ciò che è mio, datelo a Me”.
Mi guardò. Colse nei miei occhi un lampo di comprensione. Già da molto tempo avevo capito chi era veramente Gesù.
Un’altra volta il Maestro fu chiaro sulla sua vera essenza.
Mi disse: “Io so, mio dolcissimo Didimo, che tu sei pronto per me ad abbandonare tuo padre e tua madre. Hai capito che è giusto amare il proprio padre e la propria madre, ma questo amore viene dopo l’amore di Dio. Si, una donna ci ha messi al mondo. Ma cosa è questa piccola madre di fronte alla Grande Madre del cosmo che, assieme al Padre da vita a tutti gli esseri e fa pulsare tutti i cuori?”
Gesù disse: “Vi dovete esercitare a dimenticare voi stessi e ad uccidere quel personaggio che si crede grande e si annida in voi. Snudate la spada del pensiero unificante e trafiggete ogni parete divisoria. Se la mano non trema, riuscirete ad uccidere l’orgoglio e il Regno del Padre vi spalancherà la sua porta.”
Vi era in mezzo ai discepoli di Gesù uno schiavo fuggitivo.
Era magro, tanto da sembrare uno scheletro e aveva la pelle colore della cenere e i capelli di un bianco tendente al giallo. Tutti lo trattavano male, perché puzzava. Un giorno un uomo grosso autoritario gli disse: “Scostati da me, brutto figlio di puttana!”
Gesù si avvicino a quell’uomo brutale e con voce dolce gli disse “Vedi, lui conosce meglio di te suo Padre e sua Madre. Come puoi dunque chiamarlo cosi?” 
Ricordi, Didimo, la parabola del Buon Pastore? L’ho raccontata tante volte”.
“Certo, Maestro, la ricordo molto bene. Possedeva cento pecore e una di loro, la più grande, era sparita. Con un salto aveva scavalcato la staccionata e si era avventurata verso l’ignoto”.
—Si, Didimo, la pecora più grande. La più ardita. Sai cosa andava a 
cercare quella pecora?
—Maestro mio, cercava la verità.
—La mia pecora più grande, Didimo, sei tu e ti amo più delle altre novantanove, perché tu non ti fermi dietro le staccionate.

   La verità che trovi, serbala!.